U TRAN RA SPOS ovvero IL CARRO DOTALE

Il carro dotale era un carro agricolo che, in occasione di un matrimonio, veniva utilizzato per il trasporto delle masserizie, suppellettili e biancheria, che la sposa trasferiva dalla casa paterna alla casa che lo sposo aveva preparato per la vita coniugale.
Una volta carico, il "traìno" (carro agricolo), non veniva coperto (tranne in caso di pioggia) affinchè tutti potessero vedere la ricchezza dotale della sposa.

Il "carro dotale", con una sola fila di  basse "tavole" (assi di legno di  castagno o di pioppo alti circa 20 centimetri) appoggiate alle "varre" (rami di nodoso ulivo lunghi circa due metri), a loro volta ornate di edera, tralci di vite di uva fragola, campanuli e, a volte di rose selvatiche, usciva dalla casa paterna della sposa per recarsi nella dimora nella quale avrebbe abitato per tutta la sua vita, percorrendo la via principale del paese.

Il percorso del "carro dotale" era immancabilmente accompagnato dal frastuono dei "guagliuni" (ragazzini) in "cauzuncielli" (pantaloni) corti e a piedi scalzi (se c'erano, le scarpe venivano usate solo nei giorni di festa e a scuola!), che lo precedevano e lo seguivano, ridendo e saltando.

Allo sciamare dei ragazzini si aggiungevano le frasi di augurio (e qualche motto salace...) di "potecari", "scarpari", "mannesi", "barbieri", "ferrari", "vasciaioli" e quanti altri assistevano al passaggio del carro dotale.

Sorridente o  accigliata, serena o preoccupata, smarrita o con gli occhi bassi, la sposa seguiva il suo carro dotale, seduta con sua madre, su uno "sciaraballo" (calessino) guidato dal padre o, in sua assenza, dal fratello grande. Il "tiro", a cavallo o a mulo, era sempre bardato a festa: fiocco sulla "capezza" (cavezza), e la "vardella" (bardella) delle festa, cioè quella con le borchie lucide di ottone, gialle, e di rame, rosse.

L'assenza di tavolame alto alla base delle "varre" consentiva di vedere la quantità e la qualità delle masserizie, suppellettili e della biancheria che costituivano la dote: "u vinnel" per lana e canapa (arcolaio), il fuso, "‘a caurara" (grande caldaia di rame da utilizzare per il bucato e per bollire le bottiglie di pomodoro!), lo spremipomodoro in legno e lamierino con piccoli fori, fatti con il chiodo; e poi, il materasso a due piazze, le copertine ricamate (da esporre nella ricorrenza del "Corpus Domini", come si fa tuttora), le lenzuola, le tende, la coperta di "Lana di Somma", i cuscini, le federe, gli scialli, le liseuses, gli abiti da festa e da lavoro; non mancavano il servizio di piatti, le posate, la batteria di pentolo in rame e, non sempre, il paiolo per la "farenata", che era una polenta di farro.

Una volta arrivato alla dimora degli sposi, il tutto veniva scaricato ed esposto in una grande stanza per essere messo a disposizione della curiosità delle "comari" del vicinato.

Pasquale Capuano