Parte Terza - Il dialetto maceratese Stampa E-mail

Considerazioni preliminari

Siamo fermamente convinti, da sempre, che le ovvie e spontanee variazioni fonetico-linguistiche della “parlata comune” delle origini nel territorio di pertinenza di Capua antica55 e le sue variazioni, alterazioni e contrazioni, sopravvenute nel tempo per effetto dell’influenza delle diverse culture e civiltà che si sono susseguite, sovrapponendosi e/o influenzandosi, nel nostro territorio, hanno consentito al dialetto maceratese alcune peculiarità fonetiche e morfologiche che non si riscontrano in altre “parlate comuni” della zona.
Finiti i nostri impegni lavorativi con il sopraggiungere della messa in quiescenza da parte del Ministero della Pubblica Istruzione, abbiamo iniziato a dar concretezza alla nostra ipotesi.
Cominciò così un ciclo affannoso di lavoro di ricerca, che si è rivelato molto proficuo, teso alla tesaurizzazione di ogni pur minima testimonianza di presenze filologico-fonetiche del nostro passato nella attuale “parlata comune” maceratese. L’eccezionalità, secondo noi, del materiale di cui siamo venuti  in possesso e gli interessanti riscontri bibliografici ci hanno ulteriormente e definitivamente convinti dell’importanza di predisporre uno studio “ragionato” sul dialetto maceratese.
Un validissimo aiuto in questo nostro impegno ci è stato dato dalle nostre ricerche sulla lingua delle origini, oltre alle indagini tra le persone anziane fatte in tutto il territorio comunale (Casalba, Caturano, Macerata). Dobbiamo, però, confessare che non siamo stati molto soddisfatti degli esiti dell’indagine, poiché riteniamo essere più ricco di quanto ci è risultato, il tessuto del sistema lessicale del dialetto maceratese, considerato nella sua struttura e nel suo costituirsi attraverso la storia. Nello spazio di un anno abbiamo raccolto una serie di termini dialettali abbastanza consistente che, aggiunti a quelli di conoscenza personale, hanno costituito un valido punto di partenza per il nostro studio, fatto avvalendoci dei seguenti dizionari:

  1. Latino/italiano, Barellino, ed. Rosemberg e Sellier.
  2. Italiano/tedesco, Langenscheidts Worterbuch.
  3. Italiano/tedesco, Lazioli-Nemi, ed. Vannini.
  4. Italiano/tedesco, Holls Dizionario.
  5. Italiano/francese, Garzanti,  X Edizione.
  6. Italiano/francese, Dictionnaire illustré universel (in lingua francese).
  7. Italiano/spagnolo, Libritalia,  ed. M.L. Stampa.
  8. Italiano/spagnolo, Castellano, Brevis, ed. Bona.
  9. Italiano/greco, Nadda-Sacerdoti, ed. Vallardi.
  10. Italiano/romeno, Mic Dictionar.
  11. Italiano, Devoto e Oli, ed. Riders Digest.
  12. Latino/italiano, Georges/Calonghi.

Un ulteriore spunto di riflessione e di conseguente approfondimento della ricerca ci è venuto dalla rilettura dei testi universitari di filologia e glottologia romanza e germanica, oltre che delle grammatiche e sintassi latina, francese, tedesca, spagnola.
Per la lingua osca ed etrusca, necessarie per la ricerca di etimi originari siamo ricorsi ai testi di Vittore Pisani, Enzo Gatti, Aniello Gentile, Giulio Minervini (Atti della Commissione) ed altri citati nella bibliografia.
Il nostro metodo si è basato su una iniziale analisi morfologica e strutturale dei termini del nostro dialetto e sulla loro disposizione in un ordine alfabetico credibile, seguita poi dallo studio filologico del vocabolo e la ricerca (riscontrata) del suo etimo.
Ogni termine del dialetto maceratese è stato confrontato con tutti quelli contenuti nei vocabolari suddetti, aventi lo stesso valore fonetico e/o glottologico, fino al reperimento dell’etimo del vocabolo oggetto di studio. Questi vocaboli sono una parte del nostro glossario dialettale maceratese: quella parte che, secondo noi, ha peculiarità etimologiche e glottologiche caratteristiche della parlata maceratese. Non sono tutti e sono convinto che un’indagine sistematica nelle tre comunità (Casalba, Caturano, Macerata) porterebbe ad un notevole arricchimento del nostro glossario sia in termini di quantità sia in termini spiccatamente linguistici e semantici.
Abbiamo ritenuto opportuno, per una migliore comprensione del rapporto etimo/lemmo dialettale e di quello grafico/fonico tra scrittura e pronuncia di entrambi, riportare a fianco dell’etimo, la sua pronuncia nella lingua originale. Ciò è stato possibile perché abbiamo fatto ricorso alle nostre reminiscenze degli studi universitari, fatti alla facoltà di lingue e letterature straniere presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, e delle nostre esperienze all’estero (Svizzera, Spagna, Francia, Germania), ove siamo stati per diletto, studio e spirito d’avventura. Riteniamo di aver fatto cosa utile anche per il nostro lettore, che ci auguriamo sia critico ed entusiasta.

 

IL DIALETTO “MACERATESE”
BREVI CENNI SULLE ORIGINI E QUALCHE ESEMPIO56

Le molte ricerche finora fatte ci hanno consentito di stabilire l’esistenza di numerosi testi ( di natura epigrafica) in lingua osca, repertati anche nella nostra zona. L’abbondanza dei materiali pervenutici, pur se a carattere epigrafico e di varia provenienza (nell’”ager capuanus”) è indicativa e determinante per capire quanto fosse progredita la lingua osca e per capire i motivi per i quali quella cultura resistette così a lungo prima che la civiltà romana la fagocitasse.
Sappiamo, per averne presa visione al museo capuano, dell’esistenza di alcune formule votive in lingua osca che risalgono al III secolo a.C.; oltre a parecchie altre iscrizioni di Pompei e Capua che si datano al I secolo a.C. Noi crediamo che in piena dominazione romana gli Osci facevano ancora uso della loro lingua parlata e scritta, anche se ci sono pervenute solo poche cose e non molto consistenti. Ma i testi più estesi sono conservati e riportati nel Cippo di Abella.
Chiaramente inciso in esso è riportato un trattato tra la città di Abella e la città di Nola; mentre un altro documento importante è la tavola di Bantis in cui è riportata una legge municipale.
Eppure, con tutta la sua vitalità la lingua osca non si è presentata in veste del tutto originale, se così possiamo dire. Infatti l’alfabeto con cui risulta scritta la lingua osca rivela gli influssi, più o meno negativi, dei popoli limitrofi o di culture e civiltà prevalenti: per la scrittura si usa infatti l’alfabeto osco, ma frammisto talvolta ai caratteri della lingua etrusca, latina e greca. Ma gli influssi di cui parlavamo prima non furono fattori determinanti di svilimento della civiltà e della lingua osca, che si conservò molto bene. Non consentì quasi nessuna eliminazione o sostituzione fonetica a vantaggio delle altre lingue che cercarono di sovrapporlesi.
Riuscì, anzi, a conservare, laddove il latino e l’umbro cedettero, alcuni dittonghi originali (latino: PRIVUS-preivus; umbro: PREV; osco: PREIVATUD). Altro momento importante da considerare, a giustificazione della forza fonetica della lingua osca, è la quasi totale assenza del fenomeno del ROTACISMO, ossia il fenomeno del passaggio di “S” intervocalico a “R”: un episodio fonetico, questo, completamente sconosciuto alla lingua osca.
Di questo fenomeno, molto esteso nella lingua latina, abbiamo prove tangibili e inappuntabili: il Cippo del Foro Romano (fine VI sec. a.C.) e il Carmen Arvale. In questo, infatti, troviamo LASES (LARI = ANTENATI) che poi per il fenomeno del rotacismo diventerà LARES nel latino dell’epoca repubblicana e imperiale.
Un altro tratto caratteristico del conservatorismo (questo durerà fino ai nostri giorni, come vedremo in seguito) della lingua osca è la persistente presenza della “S” nei gruppi consonantici.
Mentre sappiamo, per contro, che questo fenomeno (cioè la persistenza della “S” nei gruppi consonantici) non si verifica nella lingua latina che dimostra così la sua debolezza fonetica rispetto alla lingua osca, la perdita della “S” dei gruppi consonantici nella lingua latina, ne rappresenta uno dei tratti evolutivi più esplicito.
Per esempio, CESNA (ricordata da Festo e che risale alla forma ancora più arcaica KESNA) diventava COENA allo stesso modo IOUXMENTA (del Cippo del Foro) diventava IUMENTA. E altre forme ancora come LUNA, SCALA, CANUS (canuto), NURUS, ALA VELUM, REMUS che derivano da altre più arcaiche e oscicheggianti: LOUKSNA, SCANDSLA, VEKSLAM, RESMOS57.
Ma, anche se dopo aver resistito per secoli, l’osco dovette cedere al latino, soprattutto perché non ebbe una letteratura scritta che è l’espressione più duratura di una lingua. Infatti la cultura osca si fonda solo su una tradizione linguistica orale, come ci dimostrano la “Atellane” che si rifanno ad un genere d’arte rappresentativa improvvisata e popolare della cultura osca, molto stimata e ben conosciuta dai Romani. Lo stesso Ennio, che si vantava di conoscere l’osco ed il latino, preferì scrivere in quest’ultima lingua perché aveva più prestigio, contribuendo così all’estinzione dell’osco come lingua scritta. Ma la forza fonetica e la vitalità della lingua osca parlata non poteva estinguersi completamente sia perché l’influenza della lingua latina nelle campagne fu effimera sia per l’intrinseca naturale  vitalità fonetica dell’elemento linguistico originario dell’osco.
Ancora oggi, e lo vedremo, esso è presente in alcune espressioni fonetiche dialettali del nostro vernacolo maceratese.
Queste eredità linguistiche ci vengono appunto dal fatto che il substrato dei dialetti meridionali sul quale si innestò la lingua latina si dimostrò ostico e conservatore al punto da sopravvivere alla stessa lingua latina. Vediamolo nel vocabolario che segue. In esso riporterò la voce dialettale maceratese, la voce della lingua che contiene l’etimo e la voce in italiano.

 

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55 L'odierna Santa Maria Capua Vetere.
56 Da “MACERATA, Le origini, il sito, il nome, la lingua”.
57 Battaglia, Filologia Romanza, pag. 36.

 
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